UN CUORE DI PIETRA
Dalle pietre alle “pitture per l’eternità”
La Scuola Mosaicisti del Friuli di Spilimbergo



Pochi fiumi s’identificano con il territorio a cui appartengono come il Tagliamento che dalla sorgente alla foce attraversa da nord a sud la regione, a volte con un aspetto pacifico a volte tumultuoso, in certi punti raggiungendo un letto così ampio da far sembrare angusto il più maestoso dei corsi d’acqua.
Il magico Tillaventum trattiene nel nativo Tilimènt il suono dell’antico nome che gli fu dato forse dai popoli celti che abitarono questo luogo. Per i friulani è “l’acqua” per eccellenza, l’Aga, e la ghiaia, la Grava.
Sgorga come un nastro d’argento da monti azzurri ammantati di boschi, scorre per prati e radure, si apre un varco verso la pianura dal monte di Ragogna e all’improvviso trasforma il paesaggio in uno scenario lunare, dove gli ammassi di ghiaia, raccolti in milioni d’anni, riempiono gli occhi e spalancano il cuore. Qui la distesa luccicante di ciottoli e ghiaie multiformi appaga lo sguardo saziandolo di luce.
In questo teatro naturale, il fiume comincia la sua discesa verso la pianura e scopre un cuore fertile di sassi d’insospettata bellezza. E’ una miniera a cielo aperto, un nastro che trasporta e trascina giù levigando una miriade di pietre multicolori che nel tempo, per uno strano gioco del destino, daranno vita a un capitolo rilevante della storia artistica e sociale di queste terre.
I sassi, spaccati e frantumati, che i corsi d’acqua compongono e disfanno in un disegno multiforme in continua evoluzione dove si specchia il cielo, è già mosaico, ovvero ne è la matrice, la sua prima idea. Nata per consolidare superfici e delimitare spazi, l’arte del mosaico si sviluppa assieme al desiderio dell’uomo di dare stabilità alle sue opere e maggiore durevolezza nel tempo. Le prime testimonianze si riscontrano già nel IV millennio a.C. in Mesopotamia, le troviamo nel rivestimento in tessere coniche di terracotta rossa e nera delle colonne del Tempio di Uruk. In ambiente greco la tecnica si definisce e si stabilizza, evolvendosi rapidamente fino ad acquisire effetti pittorici e raggiungendo vertici di rara bellezza in decorazioni pavimentali, figurative, con scene mitologiche e di caccia. La grande svolta avviene nel mondo romano quando il mosaico diviene opera autonoma, si diffonde in tutto l’impero e si distingue nelle varie specialità: opus signum, opus tessellatum, opus musivum, opus allesandrinum, opus scutulatum, ecc. Il nome stesso deriva dal latino, opus musivum, dichiarando l’appartenenza al mondo classico e il legame con la tradizione di ornare nei giardini nicchie e fontane dedicate alle Muse con conchiglie, scaglie e pietruzze multicolori. Dal II secolo a.C. tessere di pasta di vetro saranno affiancate sempre con maggiore frequenza alle tessere in pietre e marmi naturali, ottenendo una maggiore luminosità e consentendo una più facile reperibilità dei colori meno diffusi in natura. In Aquileia romana, capitale della X Regio Augustea - Venetia et Istria, la produzione del mosaico raggiunge punte di magnificenza e si diffonde in tutto il territorio, scavalcando le Alpi e irradiandosi sino al cuore dell’Europa. Nei periodi di decadenza che seguirono e che coincidono con gli anni tra i più bui della storia di queste terre, quando gli abitanti fuggivano sconvolti e travolti dal reiterato susseguirsi di orde barbariche che giungevano improvvise e altrettanto improvvise scomparivano apparentemente inghiottite dalle nebbie di un confine e dalla notte di una storia ormai fuori controllo, in quei tragici momenti quegli uomini non hanno perduto le abilità antiche, la conoscenza di questo mestiere. Seppur riportato alle sue caratteristiche essenziali, esso rimase radicato nella cultura individuale, familiare e sociale, restando nell’ordito del territorio, costituendone una specie di intima ricchezza.
L’arte non muore, si trasforma e si tramanda lungo sentieri che non sempre riusciamo a rintracciare e perciò restano pieni di mistero. Quelle maestranze laboriose e intelligenti che avevano creato regali decorazioni musive su pavimenti, pareti e volte, seppero tramandare ai figli e ai figli dei figli, pur in quei secoli rovinosi, questo bene che mantiene nel suo seno il segreto dell’eternità.
A nord ovest del Friuli, ai piedi dei monti dove pure molti di quegli uomini con le loro famiglie e masserizie avevano trovato rifugio, l’ambiente è ricco di pietre per la copiosità delle acque e dei fiumi che scendono dalle alture. Nei greti dei fiumi Meduna, Tagliamento e Cellina, quegli uomini, gruppi di operai e maestranze che formavano vere e proprie scuole anche se non istituzionalizzate, hanno trovato la materia prima per continuare un lavoro che era radicato saldamente nella loro cultura.
Con il suo continuo rifluire, la storia raccoglie, mischia e congiunge uomini, conoscenze e idee. E’ come un fiume che trascina pietre multiformi e raduna ciottoli di molti colori. Compone ammassi di potenzialità finché un giorno, da questo indicibile caos, da questo apparente nulla, prendono vita comunità inspiegabilmente sapienti che lo compongono in forme preziose.
Durante il Medioevo, nell’XI secolo, fu probabilmente un maestro tessalonicese a varcare il mare e a dare vita alle splendide opere musive di Torcello nella laguna di Venezia, opere sulle quali si formarono le maestranze locali che operarono poi da Ravenna a Venezia, a Trieste. Viceversa, in età moderna, saranno i maestri mosaicisti di queste terre a varcare il mare per portare quest’arte altrove, riconducendola anche in quei paesi che originariamente gli avevano dato vita.
Agli artigiani friulani va di fatto il merito della riscoperta del “battuto”, termine con cui si definiva il “terrazzo”, e soprattutto l’aver rivalutato la pavimentazione ornamentale che porteranno a Venezia, spinti dalla necessità e attratti dalla nascente forza economica e conseguente espansione edilizia della Serenissima. Considerato “arte povera”, il terrazzo ha riproposto il pavimento di sasso reinventandolo. Affonda le origini nella pratica del mosaico romaS no ed è tramandato magicamente solo dalle comunità della Piccola Patria del Friuli. Per secoli Venezia diviene il punto d’arrivo di queste maestranze, apprezzate e richieste in patria. Più tardi, nell’Ottocento, questi uomini si sposteranno dall’Italia verso l’Europa costituendo veri e propri flussi migratori che si muoveranno di sovente anche a piedi, portando con se attrezzi e materiali, e infine imbarcandosi e raggiungendo le Americhe.
Molti di questi artigiani erano qualificati in maniera imprecisata come terrazzieri e mosaicisti e non di rado esordivano come i primi per poi continuare come gli ultimi, mentre la tecnica del terrazzo raggiungeva i più alti livelli di precisione. Fino alla metà dell’Ottocento prevalgono i terrazzieri, mentre in seguito sono più numerosi i mosaicisti che talvolta si trasformano in imprenditori richiamando manodopera dai loro paesi e producendo cultura e ricchezza. Operando abilmente in tutto il mondo, Francia, Germania, Gran Bretagna, Danimarca, Polonia, Romania, Russia, Egitto, Marocco, Stati Uniti, questi uomini consolidarono l’immagine del friulano lavoratore instancabile ed energico, sobrio e onesto. Si affermarono nomi importanti: Romualdo Mander, Giuseppe e Francesco Crovato, i fratelli Odorico, e intere generazioni d’artigiani e imprenditori come i Mazziol, gli Osvaldo, i Cristofoli, i D’Agostin e molti altri. Tra tutti, l’”emigrante” per eccellenza resterà Giandomenico Facchina, terrazziere-mosaicista e restauratore. Personaggio leggendario, il Facchina fu il pioniere del mosaico moderno. Portò avanti e perfezionò la rivoluzionaria tecnica del mosaico a rivoltatura su carta, senza la quale la diffusione del mosaico a livello mondiale avrebbe trovato ostacoli insormontabili.
Ma accanto a questi maestri è giusto ricordare anche quella moltitudine d’uomini, abilissimi artigiani, che hanno operato umilmente e spesso all’ombra di un nome famoso, logorando le dita, lavorando con le mani, con la mente e con il cuore. Di alcuni di loro spuntano i nomi da corrose carte d’archivio, di altri neppure questo. A quella moltitudine senza nome, noi tributiamo un onore, un rispetto e una riconoscenza senza limiti.
Le opere di questi artigiani-artisti, siano esse note o anonime, non si contano e restano per la nostra e l’altrui meraviglia. Per citarne solo alcune ricordiamo i mosaici della Library of Congress, del Teatro dell’Opera di Parigi, del Santuario della Beata Vergine di Lourdes e della casa “azzurra” d’Angers. Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, il mosaico trova nuovo impulso e nuova ispirazione in seno a quel fermento culturale che genera le avanguardie, le sperimentazioni di stili e materiali inusitati sino allora e le fantastiche evoluzioni decorative dell’Art Nouveau.
Per non disperdere questa preziosa eredità e quindi tramandarla nelle sue varietà magnifiche, nel 1922 viene fondata a Spilimbergo la Scuola di Mosaico, intitolata alla pittrice Irene di Spilimbergo. Le radici della scuola si perdono in quell’antica tradizione dell’arte musiva di Sequals e nel firmamento dei maestri sequalesi che nella nostra epoca hanno dato splendore e fama a quest’arte dall’anima di pietra.
Nel programma di ricostruzione formulato alla fine della Grande Guerra per sanare le lacerazioni che ogni conflitto lascia inevitabilmente dietro a sé, aveva trovato spazio anche la volontà di costituire un’istituzione scolastica con lo scopo di mettere a frutto il potenziale di quest’area che per secoli era stata tra quelle maggiormente segnate dall’emigrazione, come afferma Claudio Magris: “… un tempo fra le più povere del povero Friuli pedemontano …”. L’obiettivo primario era quello di frenare l’emigrazione forzata, dettata dall’estremo disagio socio-economico che fino a quel momento aveva strappato generazioni d’uomini da questi luoghi. Fornendo loro le abilità e le competenze necessarie alla prospettiva di un lavoro dignitoso, si mirava a facilitarne l’inserimento in un contesto sociale che diventava sempre più complesso con il fine d’incentivare anche l’economia del territorio.
Nel 1923 la Scuola esordiva partecipando alla Biennale di Monza dove presentò una fontana Decò progettata da Raimondo D’Aronco con cartoni tratti da opere di Enrico Miani che vinse la medaglia d’oro. Nella metà degli anni ’30 concretizzava il suo primo ambizioso programma: il progetto musivo del Foro Italico. La costruzione di questo grandioso complesso urbanistico rientrava nei fini di carattere sociale, ricreativo e sportivo messi in atto dal regime fascista. Per la sua attuazione era stata scelta l’area depressa tra il ponte Milvio, il Tevere, i monti della Farnesina e le pendici di Monte Mario. Il progetto aveva una struttura articolata e organica, con aree e strutture dedicate allo studio, allo sport e alla ricreazione. Attuava il motto latino “mens sana in corpore sano”. Pianificato con coerenza, il programma fu condotto con rispetto per il paesaggio e in funzione della sua tutela. La Scuola di Spilimbergo realizzò il mosaico di diecimila metri quadrati per questo complesso all’avanguardia sia dal punto di vista urbanistico che sociale. Tra i gli artisti che lavorarono ai disegni e ai cartoni ricordiamo Gino Severini, personalità straordinaria con una profonda coscienza e un’intima consapevolezza anche per questo mestiere e che nel 1910 era stato tra i firmatari del Manifesto della Pittura Futurista.
Fin dall’inizio la scuola assolse alle necessità per i giovani allievi di uno studio sia pratico che teorico, insegnando loro a scovare e raccogliere dal greto del fiume i sassi migliori, a usare la martellina e il tagliolo, a comporre gli smalti e a realizzare figure. Pur tenendo saldi gli obiettivi concreti, ai ragazzi veniva data anche una formazione scolastica a tutto tondo e impartiti i fondamenti di una preparazione culturale senza la quale non sarebbe possibile comprendere il linguaggio dell’arte. Fornita di un laboratorio, utilizzato sia per le attività pratiche che per la realizzazione d’opere per conto terzi, l’istituto diventava una realtà didattica e produttiva.
Negli anni opere prestigiose hanno visto la luce nei laboratori, attestando le potenzialità di questa istituzione, consolidandone la fama e oggi, dopo molti lustri dalla sua fondazione, è in progressiva espansione ed evoluzione fra tradizione e rinnovamento. Gli obiettivi sono ancora quelli originari: l’impegno didattico, lo studio e l’applicazione del mosaico romano, bizantino e moderno, il sodalizio tra realtà culturale e realtà produttiva. La fascinosa attività e il fermento che si osservano nei laboratori sono un tesoro fatto di luce, scandito ancora dalle martelline, dai ceppi e dai taglioli che segnano come in antico i ritmi di un’arte che si perde nel tempo e si confonde nella luminosa memoria del Mediterraneo. Nulla ha potuto intaccare l’originalità e la competenza che in epoca classica aveva ispirato il pictor imaginarius e il magister musivarius, secoli di sofferenza e di sradicamenti non hanno piegato l’energia favolosa dei mosaicisti di queste terre, i pionieri del mosaico moderno che nell’Ottocento avevano diffuso la loro arte in tutto il mondo.
La Scuola Mosaicisti di Spilimbergo oggi ha conservato tutto questo con una sensibilità del mestiere che continua incorrotta. Mantiene e sviluppa la capacità di allacciare relazioni con personalità di fama che pure le è stata tramandata intatta. Progetta grandiosi interventi musivi di respiro internazionale nei quali vede unirsi in pace Oriente e Occidente mentre si scambiano doni. Si confronta con artisti contemporanei che sono ormai parte della storia del Novecento come Basaglia, Celiberti, Ciussi, Dorazio, Finzi, Licata, Pizzinato, Zigana. E’ all’avanguardia nel campo della sperimentazione di nuove possibilità e dello studio delle problematiche luce-colore. Nel tempo ha consolidato l’ottimo rapporto con la committenza e con gli architetti professionisti per innovative soluzioni d’arredo pubblico e privato.
I programmi attuati negli ultimi anni sono l’espressione di questa crescita e della capacità di sconfinare negli universi artistici più attuali e diversificati. Tra i molti si ricordiano gli sfolgoranti mosaici del Santo Sepolcro a Gerusalemme, pensati secondo gli antichi canoni bizantini, il mosaico pavimentale di 1600 metri quadrati dell’Hotel Kawakyu di Shirihama in Giappone, su progetto dell’architetto Yuzo Nagata, i pannelli parietali e pavimentali di Tokyo, ispirati ai mosaici del mausoleo di Santa Costanza a Roma (IV secolo d.C.), la totemica colonna in Corte Europa a Spilimbergo, riflessa su bande verticali e caleidoscopiche, un omaggio all’Unione Europea, e non da ultima la “Saetta Iridescente “ del maestro Giulio Candussio. Realizzata dagli allievi del terzo corso, consiste in una grande saetta lunga 36 metri alta 4 che, con un’esplosione di colori composti mirabilmente in una dimensione plastica, simboleggia l’energia necessaria a risorgere dall’orrore. L’opera è un messaggio di solidarietà per il tragico attentato dell’undici settembre a New York ed è stata collocata a Ground Zero.
Spilimbergo è oggi conosciuta in tutto il mondo grazie alla Scuola, nominata quale sede europea del mosaico. Il criterio con cui sono valutati i progetti è rigorosamente legato al valore didattico che questi rivestono per gli allievi. La commessa dei mosaici che oggi coprono le pareti della sezione greco-ortodossa del Santo Sepolcro di Gerusalemme, fu accettata proprio perché era coerente con le attività didattiche, in questo caso ad approfondire l’iconografia dell’arte bizantina, pur realizzando l’opera con tecniche e materiali modernissimi.
Accanto all’attività didattica, la scuola oggi opera sul mercato nazionale ed estero come vero e proprio laboratorio artistico che sa tessere continue complicità tra cultura e progetto. Esegue restauri, immagina e attua lavori di riqualificazione di strutture dimesse e di siti urbani dove il mosaico incontra nuove formule creative appartenenti alle arti visive e si sposa con l’urbanistica e l’architettura.
Continuamente arricchita e impreziosita da nuove opere, è diventata un “museo vivente”. Grazie a un’intelligente attività didattica e a una fervente applicazione pratica, sa tenere fede alla tradizione romano-bizantina e allo stesso tempo creare opere d’avanguardia.
Riesce a fondere un’infinità di stili, tecniche e sentimenti in quel caleidoscopio di pietruzze iridate che chiamiamo mosaico, pietre che all’origine giacevano inerti nel greto di torrenti e corsi d’acqua in particolare da quello dal quale siamo partiti, l’anima di queste terre: il fiume Tagliamento.
La Scuola è la sua figlia prediletta, la ninfa che gli ha rubato il cuore, il più amabile tra i cuori di pietra.

MARIA PAOLA FRATTOLIN



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