LA PIANTA DELLA SPERANZA
Usciva negli anni ottanta un saggio di oltre
600 pagine del sociologo americano
Alvin Toffler dal titolo “La Terza ondata
- il tramonto dell’era industriale e la nascita
di una nuova civiltà -”.
Sono andato a ripescarlo sollecitato dalla
lettura di due brevi saggi freschi di stampa:
“La Paura e la Speranza. Europa: la
crisi globale che si avvicina e la via per
superarla” di Giulio Tremonti e “Così
perdiamo il Nord” di Riccardo Illy.
Motivo di tale sollecitazione era il continuo
riecheggiare negli scritti dei due illustri
politici - per altro molto diversi per
contesto, stile e tesi sostenute - di molte
delle previsioni del futurologo americano.
Ne “La Terza Ondata” Alfin Toffler suddivide
l’evoluzione della storia umana in
tre grandi fasi, che l’autore definisce ondate:
la Prima (o fase dell’Agricoltura),
la Seconda (o fase dell’Industrializzazione)
e la Terza Ondata, caratterizzata dalle
grandi innovazioni scientifiche e tecnologiche
che hanno iniziato a manifestarsi a
metà del secolo scorso. La Terza Ondata
porta con se una nuova cultura e la crisi
dell’industrialismo non si limita solo ad
un fatto tecnologico, ma investe l’intera
società provocando quell’incertezza dei
valori tradizionali (famiglia, ruoli, istituzioni
sociali) che è sotto gli occhi di tutti.
Con un ottimismo tutto americano l’autore
vede nella nuova civiltà non solo un
potenziale enorme di progresso economico
e tecnologico, ma anche la promessa
di una migliore qualità della vita e di una
maggiore democrazia. Molte delle analisi
sono condivisibili e gli scenari che tratteggia
sono affascinanti: La Terza Ondata
ovvero una Nuova Civiltà sicuramente
trionferà a condizione però che l’uomo
“ci stia” e si schieri senza esitazione in
difesa della tecnologia e assecondi il progresso
perché - dice l’autore - “l’uomo ha
un destino da creare”.
Ecco la grande drammatica illusione: la
fede teologica della ricerca del paradiso
terrestre!
Sono bastati neanche quarant’anni per
vedersi consumare il dramma con il capovolgimento
delle previsioni di Toffler:
tecnologia e progresso lungi dall’essere
dominati dall’uomo lo dominano e lo
stritolano nella perversa logica di consumare
sempre di più per produrre sempre
di più.
Qui si inserisce il saggio di Giulio Tremonti
che, analizzando con fredda lucidità
l’evolversi di questa nuova civiltà, ne
mette in luce le profonde contraddizioni:
“Abbiamo i telefonini ma non abbiamo
bambini..” non solo “I prezzi invece di
scendere salgono, low cost può essere un
viaggio di piacere non la spesa media di
tutti i giorni. Come in un mondo rovesciato
il superfluo viene dunque a costare
meno del necessario…”.
La tanto celebrata globalizzazione figlia
di un formidabile progresso tecnologico
e foriera di una nuova età dell’oro mostra
il suo lato oscuro e presenta, soprattutto
all’Europa, il conto che registra bassi salari,
crisi finanziaria, rischio ambientale,
tensioni internazionali e soprattutto un
doppio declino dei numeri della popolazione
e della produzione.
L’analisi continua incalzante e convincente
per raccontare le cause della situazione
presente, le spietate dinamiche della
finanza internazionale, i passi falsi e i
fatali errori della politica moderna indotti
dal mercatismo “…la fanatica forzatura
del mondo nel liberismo economico, la
fede illusoria in cui tantissimi hanno creduto
negli ultimi anni e che annovera un
antenato molto illustre l’illuminismo di
certo molto più prestigioso e famoso. Ma
il mercantismo è un discendente astuto
e calcolatore, commerciale e terminale.
Come duecento anni or sono l’illuminismo
poneva l’individuo al centro dell’universo
e della storia e con la leva della ragione
lo sollevava dal buio immettendolo
nella prospettiva di un continuo progresso
materiale, la nuova modernità mercatista
si candida a costituire una fede nuova diversa,
ma prevalente su quella dell’illuminismo
perché si basa sulla concretezza
del “mercato” invece che sulla astrazione
della “società” ideale; sugli “interessi”
anziché sulle “idee”; soprattutto su “desideri”
anziché su “bisogni” ormai in occidente
quasi tutti più o meno soddisfatti.
In questi termini tra una nuova ingegneria
sociale e un’illusione demenziale, il mondo
a venire avrebbe dovuto essere felice e
sempre più felice.”
Ma il laico liberista Tremonti non si ferma
sul “muro del pianto” e indica una
strada percorribile per superare questo
momento vincere la paura e ritrovare la
speranza. La pianta della speranza Tremonti
la trova lontano da Toffler perché
il terreno delle sole ragione, tecnologia,
economia è arido se non fecondato dalla
morale e dai principi.
Per Tremonti si tratta di rifondare la politica
europea poggiante su sette pilastri:
valori, famiglia, autorità, ordine, responsabilità,
federalismo; tutti fondati sulle
radici cristiano-giudaiche dell’identità
europea: un percorso che va in direzione
opposta e contraria al modello prospettato
da Toffler.
Anche Riccardo Illy, “imprenditore prestato
alla politica” come gli piace definirsi,
attuale governatore della nostra regione
registra nel suo ultimo lavoro il malessere
della società moderna seppur focalizzan9
do la sua analisi in una prospettiva tutta
italiana, limitata al Nord Italia e proiettato
in un contesto Europeo.
Il saggio del governatore non affronta le
grandi questioni fonte di inquietitudine
ed incertezza della società moderna evocate
da Tremonti e Toffler, né si avventura
a tracciare strategie e scenari futuri. Già
l’apodittica frase di copertina: “Come la
politica sta tradendo una parte del nostro
paese” svela l’idea illiana secondo la
quale il malessere del Nord nasce semplicemente
da una frattura con il resto
dell’Italia per il fatto che “…questa parte
d’Italia (con tutte le inefficienze, incongruità
e pesantezze derivanti da questa
appartenenza n.d.a.) è già in Europa. A
differenza del resto del Paese che vive
questa condizione come mera collocazione
geografica.”
Dunque le inquietitudini del Nord non
nascono da motivazioni complesse e profonde
ma sono di natura storico- culturale:
di fronte all’efficienza, ad un maggior
senso civico, alla minore pressione
fiscale dei paesi europei contermini, più
vicini alle tradizioni austroungariche e
savoiarde (sic!) piuttosto che borboniche,
è naturale l’aspirazione del Nord di approdare
alla felice area europea e “confrontarsi
con un mercato dove i confini
sono ormai linee tracciate su una cartina
e nulla più.”
E’ una visione decisamente mercatista,
secondo la definizione di Tremonti, e la
costruzione stessa del volume ne delinea
la fisionomia: infatti la soluzione taumaturgica
può venire solo assecondando
l’economia, il mercato, il progresso dal
momento che è evidente il fallimento della
politica e dei partiti e delle ideologie.
Un’ottimistica cieca fiducia in un’operazione
di ingegneria sociale!
Illy ha ragione quando stigmatizza i
comportamenti incoerenti dei politici
“conservatori” o “riformisti” che siano,
di denunciare l’immobilismo che, come
metastasi, ha ormai pervaso istituzioni e
rappresentanze, e le connivenze che paralizzano
ogni azione riformatrice.
Peccato che egli non sia un “cittadino
scomodo” come il suo Bertuzzi ma egli
stesso politico, seppur prestato, da 15
anni ormai sulla scena tant’è, per dirne
una, che lo Statuto del Friuli Venezia
Giulia a sua firma faccia strame proprio
di quella “sussidiaretà orizzontale” di cui
con enfasi scrive a pag. 85: “Questo tabù
pesa anche sul ruolo della proprietà privata,
che tutt’ora viene considerata l’eccezione,
mentre quella pubblica sembra
la regola. Dovrebbe essere il principio in
base alla sussidiarietà orizzontale”
Questione di credibilità che lascio al giudizio
di ciascuno, mentre rilevo illusoria
la cura che prescinde dalla politica (certamente
radicalmente riformata e reinventata)
e trovo più convincente l’analisi
di Alvin Tofler e la speranza di Giulio
Tramonti.
VITTORIO ZANON
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